Un digital strategist non è semplicemente un marketer. È l’architetto che progetta l’intero edificio del successo online di un’azienda. Il suo vero lavoro è prendere un obiettivo di business concreto, come aumentare i lead qualificati del 20%, e trasformarlo in un piano d’azione digitale dove ogni pezzo si incastra alla perfezione.
Chi è il digital strategist e perché non è un marketer come gli altri
Pensa alla tua azienda come una nave pronta a salpare verso nuovi mercati. A bordo potresti avere i migliori specialisti del settore: un mago della SEO che sa come catturare i venti di Google, un social media manager che issa le vele su Instagram come nessuno mai e un esperto di ADV che rema con una potenza incredibile su Meta. Ma senza un capitano che abbia studiato la mappa e tracciato la rotta, la nave andrà alla deriva.
Ecco, il digital strategist è quel capitano. Non si limita a eseguire un singolo compito, ma definisce la strategia complessiva, partendo dalle domande che contano davvero:
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- A chi stiamo parlando? Non basta un’idea vaga, bisogna definire le buyer persona con precisione quasi chirurgica.
- Dove troviamo queste persone? Seleziona i canali digitali dove il target passa il suo tempo, evitando di sprecare budget dove non serve.
- Cosa dobbiamo dirgli? Imposta il tono di voce e cristallizza la proposta di valore per renderla irresistibile.
- Come facciamo a sapere se sta funzionando? Identifica i KPI che hanno un impatto reale sul fatturato, non le metriche di vanità.
La sua responsabilità principale è fare in modo che ogni singola azione di marketing – dal post su LinkedIn all’ottimizzazione di una pagina del sito – sia un tassello di un puzzle più grande, un piano coerente che punta dritto agli obiettivi aziendali.
La visione strategica come fattore chiave
Mentre gli specialisti si concentrano sul “come” fare qualcosa (come ottimizzare una campagna o scrivere un post), lo strategist si focalizza sul “perché” lo stiamo facendo. Questa visione dall’alto è ciò che evita di disperdere energie e budget in mille attività slegate tra loro.
Non è un caso che il mercato italiano stia premiando sempre di più questa figura. I Chief Marketing Officer in Italia, infatti, cercano la visione strategica nel 31% dei profili, una percentuale molto più alta rispetto alla media europea, più orientata alle competenze puramente tecniche. Se vuoi approfondire quanto sia diventato cruciale questo ruolo, puoi leggere il nostro articolo su chi è il consulente di strategie digitali e perché ne hai bisogno.
Per capire meglio questa distinzione, ecco un confronto diretto tra l’architetto della strategia e i costruttori specializzati.
Digital strategist vs specialista di canale a confronto
Un confronto diretto per chiarire le responsabilità e il focus di un digital strategist rispetto a ruoli più verticali come il social media manager o l’esperto SEO.
| Aspetto | Digital Strategist (L’Architetto) | Specialista di Canale (Il Costruttore Specializzato) |
|---|---|---|
| Obiettivo Principale | Allineare le attività digitali agli obiettivi di business (es. aumentare il fatturato). | Massimizzare le performance su un singolo canale (es. aumentare i follower o il traffico organico). |
| Focus | Sul “perché”: definisce la rotta, i canali da usare e il messaggio da comunicare. | Sul “come”: esegue le tattiche specifiche sul proprio canale di competenza. |
| Orizzonte Temporale | Lungo termine. Costruisce un piano strategico che dura nel tempo. | Breve-medio termine. Lavora su campagne e ottimizzazioni quotidiane o settimanali. |
| Metriche (KPI) | KPI di business: ROI, Costo Acquisizione Cliente (CAC), Lifetime Value (LTV). | KPI di canale: Engagement Rate, Click-Through Rate (CTR), Posizionamento organico. |
| Visione | Olistica e integrata. Vede come i diversi canali si influenzano a vicenda. | Verticale e specializzata. Ha una conoscenza profonda del proprio strumento. |
Come si vede, i ruoli non sono in competizione, ma sono complementari. Lo strategist progetta la casa, l’esperto SEO costruisce fondamenta solide e il social media manager arreda le stanze per accogliere gli ospiti.
Uno strategist non sceglie semplicemente gli strumenti; costruisce un ecosistema digitale in cui ogni canale lavora in sinergia con gli altri, amplificando l’impatto complessivo.
Questa capacità di vedere il quadro generale è il suo superpotere. Il lavoro non si esaurisce con la stesura di un piano, ma prosegue con il monitoraggio costante dei dati per capire cosa funziona e cosa no, pronto a correggere la rotta per assicurarsi che ogni euro investito nel marketing porti un ritorno concreto e misurabile all’azienda.
Cosa fa un digital strategist nella pratica quotidiana
Bene, abbiamo visto la teoria. Ma in pratica, cosa fa un digital strategist durante la sua giornata? Dimenticate la routine monotona: il suo è un ciclo continuo di analisi, pianificazione e coordinamento. Un ruolo dinamico dove la visione d’insieme deve tradursi in azioni concrete e misurabili.
Pensiamo a una settimana tipo. Il lunedì mattina, per esempio, potrebbe iniziare spulciando i dati del CRM, come HubSpot, per capire quali campagne della settimana prima hanno portato i lead migliori. Non si limita a contare i contatti, ma scava a fondo: da dove sono arrivati? Che contenuti hanno scaricato?
Subito dopo, magari ha in agenda una riunione con il team commerciale. L’obiettivo? Allineare il marketing con le obiezioni e le domande reali che i venditori si sentono fare ogni giorno. Questo feedback diretto dal campo è oro puro, perché permette di creare contenuti che colpiscono nel segno e di aggiustare il tiro delle campagne pubblicitarie.
Dall’analisi alla pianificazione strategica
Una bella fetta del suo tempo è dedicata a interpretare dati che arrivano da un sacco di fonti diverse. Attenzione, lo strategist non è un data analyst, ma deve assolutamente saper leggere i numeri per trasformarli in decisioni strategiche.
È proprio questo lavoro di analisi che gli permette di costruire una roadmap di marketing che abbia senso. L’immagine qui sotto riassume bene questo flusso, che parte dagli obiettivi per arrivare alle azioni concrete.

Questo schema ci fa capire come ogni singola attività di marketing debba nascere da obiettivi di business chiari e da una strategia solida. È il modo migliore per essere sicuri che ogni euro venga investito con intelligenza.
Il lavoro del digital strategist è un ciclo che non si ferma mai: analisi, pianificazione, esecuzione e ottimizzazione. Ogni mossa deve essere intenzionale, misurabile e perfettamente allineata ai traguardi dell’azienda.
E poi c’è il coordinamento. Gran parte della giornata se ne va a far parlare tra loro le varie persone coinvolte. Che siano specialisti interni (SEO, content, social media) o agenzie esterne, lo strategist si assicura che tutti remino nella stessa direzione. Possiamo vederlo come un direttore d’orchestra che fa in modo che i vari strumenti suonino in armonia.
Esempi di attività quotidiane
Nella pratica, cosa fa un digital strategist è un mix di compiti analitici, creativi e puramente gestionali.
- Analisi dei Dati: Controlla le dashboard di Google Analytics 4 per vedere come si muovono gli utenti sul sito. Legge i report delle campagne a pagamento su Google Ads o LinkedIn per capire come ottimizzare la spesa.
- Pianificazione dei Contenuti: Partendo dall’analisi del mercato e delle parole chiave, decide gli argomenti per il blog, i webinar o i white paper che andranno a risolvere i problemi dei clienti ideali.
- Gestione dei Progetti: Usa strumenti di project management per assegnare compiti, fissare scadenze e tenere d’occhio lo stato di avanzamento delle varie iniziative di marketing.
Questa capacità di destreggiarsi tra dati complessi è fondamentale. Se ti interessa approfondire come i numeri possono guidare le decisioni aziendali, dai un’occhiata al nostro articolo che spiega cos’è la Business Intelligence e a cosa serve. Alla fine, è questo il suo compito: trasformare dati grezzi in strategie di crescita reali.
Le competenze che trasformano un marketer in uno strategist
Un marketer eccellente sa usare gli strumenti. Un digital strategist, invece, sa perché li sta usando e come orchestrarli per raggiungere un obiettivo di business concreto. Immaginatelo come un ibrido, un punto d’incontro tra l’analisi dei dati, la creatività e la gestione di progetti complessi.
Per capire davvero cosa fa, dobbiamo scomporre il suo arsenale di competenze in due categorie: le hard skill (le capacità tecniche, quelle che si possono misurare) e le soft skill (le abilità trasversali che definiscono il suo approccio). Entrambe sono indispensabili per tracciare una rotta efficace nel mercato di oggi.

Le competenze tecniche o hard skill
Queste sono le fondamenta, le basi solide su cui si regge ogni analisi e decisione. Non si tratta solo di conoscere un software, ma di saperlo integrare con altri per ottenere una visione chiara e completa del percorso del cliente, dal primo “ciao” fino alla fidelizzazione.
- Analisi dei dati e Web Analytics: Padronanza assoluta di strumenti come Google Analytics 4 per leggere tra le righe del comportamento degli utenti. Uno strategist non si ferma alle visite; analizza i percorsi di navigazione per capire quali pagine convertono di più e, soprattutto, dove si perdono i potenziali clienti.
- Conoscenza dei CRM e della Marketing Automation: Saper usare piattaforme come HubSpot è un requisito non negoziabile. Permette di tracciare ogni singola interazione di un lead, segmentare il pubblico con precisione chirurgica e automatizzare le comunicazioni per “nutrire” i contatti nel tempo, guidandoli verso l’acquisto.
- Competenze SEO e SEM: Anche se non è uno specialista verticale, deve capire a fondo i meccanismi della ricerca organica e a pagamento. Questa conoscenza gli serve per definire una strategia di contenuti che intercetti la domanda degli utenti proprio nel momento in cui ne hanno bisogno.
La capacità di misurare i risultati in modo avanzato è un vero e proprio fattore competitivo. Secondo l’Osservatorio Internet Media del Politecnico di Milano, le imprese più mature integrano strumenti analitici avanzati nei loro processi decisionali, ma moltissime PMI sono ancora ai blocchi di partenza. Questo crea un’opportunità enorme per gli strategist che sanno implementare processi di misurazione strutturati e affidabili.
Le competenze trasversali o soft skill
Se le hard skill sono il motore, le soft skill sono il volante e la bussola. Permettono di dare una direzione ai dati e di guidare l’intero team verso la meta.
- Pensiero critico: È la capacità di guardare un report e andare oltre i numeri. Significa chiedersi “perché” una campagna ha fallito, non solo constatare il dato, trasformando un insuccesso in una preziosa opportunità di apprendimento.
- Comunicazione efficace: Saper tradurre una strategia complessa in un piano d’azione semplice e comprensibile per tutti, dal team tecnico fino alla direzione aziendale. È un traduttore di concetti.
- Visione d’insieme (Big Picture Thinking): L’abilità di collegare ogni singola attività di marketing – un post sui social, una newsletter, una campagna – agli obiettivi di business. In pratica, vede la foresta, non solo i singoli alberi.
Un bravo strategist non si limita a raccogliere dati; li trasforma in storie. Racconta cosa vogliono i clienti, dove si nascondono le opportunità e quale strada percorrere per trasformare gli obiettivi in risultati tangibili.
La fusione di queste competenze è ciò che rende il ruolo così prezioso. È una figura che unisce la precisione del data analyst con la visione di un manager. Se vuoi capire meglio quali sono le competenze di un data analyst utili per le PMI, il nostro articolo approfondisce questo aspetto cruciale. Un digital strategist possiede molte di queste abilità, applicandole però a un contesto molto più ampio e strategico.
Gli strumenti del mestiere: la cassetta degli attrezzi dello strategist
Nessun bravo artigiano lavora senza i suoi attrezzi, e il digital strategist non fa eccezione. Per trasformare una visione in un piano concreto e misurabile, si affida a un arsenale di software che gli consentono di analizzare, pianificare, automatizzare e, cosa più importante, misurare l’impatto di ogni singola mossa.
La vera magia, però, non sta nel conoscere a memoria centinaia di tool. Sta nel saperli far dialogare tra loro. Lo scopo è costruire un ecosistema tecnologico coerente, dove ogni pezzo del puzzle si incastra perfettamente con gli altri per darci una visione chiara dell’intero viaggio del cliente, dal primo contatto fino all’acquisto.
Capire le persone dietro ai numeri: analisi dati e comportamento
Il punto di partenza è sempre l’analisi. Senza dati, ogni strategia è solo una scommessa. La prima missione dello strategist, quindi, è trasformare numeri grezzi in indicazioni pratiche, in spunti su cui agire.
- Piattaforme di Web Analytics: Si parte quasi sempre da Google Analytics 4. Uno strategist non si limita a contare le visite; scava più a fondo per capire quali percorsi portano a una conversione, quali pagine funzionano davvero e dove, invece, gli utenti si perdono per strada.
- Strumenti di analisi qualitativa: Tool come Hotjar o Microsoft Clarity aggiungono il “perché” al “cosa”. Le mappe di calore (heatmap) e le registrazioni delle sessioni utente sono come guardare da sopra la spalla di chi naviga il sito. Ci permettono di vedere con i nostri occhi dove cliccano, dove si bloccano, rivelando problemi di usabilità che i numeri da soli non potrebbero mai raccontare.
- I dati del CRM: Qui si trova il vero tesoro. Analizzando i dati di un CRM come HubSpot, lo strategist può finalmente collegare il marketing alle vendite. Scopre quali canali portano i contatti migliori, quanto ci mette un lead a diventare cliente e quali contenuti hanno davvero convinto le persone a fare il passo successivo.
Studiare il campo di battaglia: SEO e analisi della concorrenza
Per vincere online, devi conoscere l’arena in cui combatti. Un bravo strategist usa piattaforme specifiche per mappare il mercato e tenere d’occhio le mosse dei competitor, cercando spazi liberi e anticipando le minacce.
Strumenti come SEMrush o Ahrefs sono il suo radar. Lo aiutano a rispondere a domande fondamentali: per quali parole chiave si posizionano i concorrenti? Quali loro contenuti stanno spopolando? Da dove arriva il loro traffico? Le risposte a queste domande sono oro colato, la base per costruire una strategia SEO e di contenuti che colpisca nel segno, perché basata su quello che il mercato sta già premiando.
La vera abilità non sta nel padroneggiare ogni singolo strumento, ma nel saperli orchestrare. L’integrazione tra CRM, analytics e piattaforme SEO permette di creare un sistema nervoso digitale che collega ogni azione di marketing a un risultato di business misurabile.
Far funzionare la macchina: automazione e gestione dei clienti
Infine, arrivano gli strumenti che permettono di fare di più, con meno sforzo. Le piattaforme di Marketing Automation e i CRM (Customer Relationship Management) sono il cuore pulsante di tutto l’ecosistema.
Un sistema come HubSpot, per fare un esempio concreto, non è un semplice archivio di contatti. È una vera e propria centrale operativa. Permette di raccogliere tutte le informazioni sui clienti in un unico posto, inviare email personalizzate in automatico, gestire le campagne social e, soprattutto, creare report che uniscono i dati di marketing e di vendita. Questo dà allo strategist il pieno controllo del customer journey, permettendogli di ottimizzarlo passo dopo passo per portare a casa il risultato.
Ecco una sintesi visiva di come questi strumenti si integrano nell’attività quotidiana di uno strategist.
Ecosistema tecnologico del digital strategist
Una panoramica degli strumenti essenziali suddivisi per area di competenza, con esempi di utilizzo pratico per ciascuno.
| Categoria Strumento | Esempi di Software | A cosa serve concretamente |
|---|---|---|
| Web & User Analytics | Google Analytics 4, Hotjar, Microsoft Clarity | A capire chi visita il sito, da dove arriva, cosa fa e dove incontra difficoltà. |
| SEO & Market Research | SEMrush, Ahrefs, Google Trends | A spiare i concorrenti, trovare le parole chiave giuste e capire le tendenze del mercato. |
| CRM & Marketing Automation | HubSpot, Salesforce, ActiveCampaign | A gestire i contatti, automatizzare la comunicazione e seguire il cliente dal primo clic alla vendita. |
| Content Management | WordPress, Webflow, Contentful | A creare, gestire e pubblicare i contenuti (blog, pagine, landing page) in modo efficiente. |
| Social Media Management | Hootsuite, Sprout Social, Buffer | A pianificare i post, interagire con la community e misurare l’impatto delle attività social. |
| Project Management | Asana, Trello, Jira | A organizzare il lavoro del team, definire le scadenze e assicurarsi che la strategia venga eseguita. |
Come si può vedere, ogni strumento ha un ruolo preciso, ma è solo quando lavorano insieme che la strategia prende vita, diventando un meccanismo ben oliato che produce risultati costanti nel tempo.
Come uno strategist supporta una PMI manifatturiera
Per capire davvero cosa fa un digital strategist, lasciamo stare per un attimo la teoria e tuffiamoci in un caso pratico. Uno scenario che, tra l’altro, è molto comune nel nostro tessuto industriale. Prendiamo una PMI manifatturiera che produce componenti meccaniche di alta precisione. L’obiettivo sul tavolo è ambizioso: espandersi e vendere nel mercato B2B tedesco.

È qui che entra in gioco il nostro strategist. Attenzione, il suo lavoro non inizia lanciando una campagna pubblicitaria a caso. Tutt’altro. Si parte da un’analisi profonda.
Fase 1: Analisi del mercato e definizione del cliente ideale
Il primo passo, fondamentale, è capire il terreno di gioco. Lo strategist si cala nel mercato tedesco per trovare risposte a domande molto concrete:
- Chi sono i competitor locali? Si mette a studiare i loro siti, i loro cataloghi, i punti di forza e, soprattutto, le loro debolezze.
- Cosa cercano i clienti tedeschi? Attraverso strumenti SEO, scova le parole esatte che i responsabili acquisti in Germania usano su Google quando cercano un nuovo fornitore di componenti meccaniche. Non è un’ipotesi, è un dato.
- Dove si informano e passano il tempo online? Mappa i portali di settore più autorevoli, le fiere virtuali e i gruppi su piattaforme professionali come LinkedIn dove si confrontano i potenziali clienti.
Questo lavoro di “intelligence” permette di costruire un identikit precisissimo del cliente ideale (la famosa buyer persona). Non basta sapere chi è, ma si arriva a capire quali problemi ha e come l’azienda italiana può, concretamente, risolverli meglio di chiunque altro.
Fase 2: Sviluppo di una strategia digitale su misura
Con i dati alla mano, lo strategist può finalmente disegnare un piano d’azione. Non una lista di cose da fare, ma un vero e proprio sistema progettato per raggiungere l’obiettivo. La sua strategia potrebbe poggiare su tre pilastri:
- Content Marketing di valore, non fuffa: Invece di urlare “siamo i migliori”, si decide di creare contenuti tecnici di altissimo livello, ovviamente in tedesco. Parliamo di white paper dettagliati, case study che dimostrano con i numeri i risultati ottenuti e articoli che risolvono problemi tecnici specifici. L’obiettivo è diventare un punto di riferimento autorevole.
- Lead Generation chirurgica su LinkedIn: Si attivano campagne pubblicitarie su LinkedIn Ads, ma con un puntatore laser. Gli annunci vengono mostrati solo ai decision maker di aziende tedesche selezionate, usando i contenuti di valore appena creati per catturare la loro attenzione e spingerli a lasciare un contatto.
- Un sito web che converte: Lo strategist si assicura che il sito sia tradotto in modo impeccabile e che le pagine dei prodotti siano ottimizzate per le parole chiave scoperte in fase di analisi. Ogni pagina deve avere un invito all’azione chiaro, come “Richiedi un preventivo” o “Parla con un nostro tecnico”.
Fase 3: Esecuzione, monitoraggio e ottimizzazione
Alla fine, un vero strategist non si limita a disegnare la mappa, ma guida la spedizione. Coordina l’esecuzione del piano e, cosa più importante, ne misura i risultati in modo quasi ossessivo. Tutte le attività vengono tracciate tramite un CRM come HubSpot, che permette di seguire il percorso di ogni singolo contatto.
In un settore apparentemente tradizionale come la manifattura, il digital strategist non si affida all’intuito. Applica un metodo scientifico, basato sui dati, per trasformare gli obiettivi di business in contatti qualificati e, infine, in nuovi clienti che firmano contratti.
I KPI che guarda non sono le “visualizzazioni” o i “like”. Controlla metriche di business reali: il numero di lead qualificati (MQL) generati ogni mese, il costo per acquisire ogni singolo lead (CPL) e, a conti fatti, il ritorno sull’investimento (ROI) di tutto l’impianto. In questo modo, il successo non è più un’opinione, ma un dato di fatto.
Strategist interno o esterno: qual è la scelta giusta per la tua PMI?
La tua PMI ha bisogno di una guida strategica per crescere, questo è chiaro. Ma qui sorge la domanda da un milione di dollari: meglio assumere una risorsa interna a tempo pieno o affidarsi a un partner esterno? Non è una decisione da prendere alla leggera, perché la risposta giusta dipende da dove si trova oggi la tua azienda e dove vuole arrivare domani.
Avere un digital strategist in casa significa poter contare su una persona dedicata al 100% al tuo progetto. Conoscerà a menadito la cultura aziendale, i prodotti, le persone. Sarà una cosa sola con la visione dell’imprenditore. C’è un “ma”, ovviamente: questa scelta comporta costi fissi importanti, tra stipendio e contributi, che possono pesare parecchio sul bilancio di una PMI. E poi c’è il rischio che le sue competenze, oggi freschissime, invecchino se non c’è un investimento costante in formazione.
La flessibilità di un partner esterno
Affidarsi a un consulente esterno, invece, apre le porte a una flessibilità che un dipendente fisso non può darti. Collaborare con un partner come Maia Management non è un semplice “dare fuori il marketing”. È come avere accesso a un’intera squadra di specialisti on demand. Immagina di avere a disposizione non solo uno strategist, ma anche un tecnico IT per far parlare CRM ed ERP e un consulente operations quando serve. Il tutto con costi variabili, legati ai risultati che vuoi ottenere.
Per una PMI, un partner esterno è come avere un direttore d’orchestra di grande esperienza che dirige i tuoi musicisti solo quando serve, garantendo un’esecuzione perfetta senza doverlo tenere a libro paga per tutto l’anno.
Questo approccio diventa la soluzione ideale quando hai bisogno di competenze di altissimo livello, ma non hai ancora il volume di lavoro (o il budget) per giustificare un manager a tempo pieno.
C’è poi un altro vantaggio, spesso sottovalutato, che un consulente esterno porta con sé: una visione oggettiva, non inquinata dalle dinamiche interne. Arriva con un bagaglio di esperienze accumulate in settori e mercati diversi, che gli permette di vedere opportunità e problemi che chi vive l’azienda tutti i giorni semplicemente non nota più. Questa ventata d’aria fresca è spesso la scintilla che innesca il cambiamento, introducendo metodi già collaudati e soluzioni innovative che portano a risultati concreti e misurabili, più in fretta.
Qualche domanda e risposta sul ruolo del digital strategist
Arrivati a questo punto, è del tutto normale avere ancora qualche curiosità. Proviamo a rispondere in modo diretto alle domande che, per esperienza, sappiamo che ogni imprenditore si pone quando valuta di inserire una figura così strategica in azienda.
Ok, ma quanto mi costa un digital strategist?
I costi possono variare parecchio, da poche centinaia di euro per un freelance alle prime armi fino a diverse migliaia per un consulente con anni di esperienza sulle spalle o un’agenzia strutturata.
La vera domanda, però, non dovrebbe essere “quanto costa?”, ma piuttosto “che ritorno mi porta questo investimento?“. Un bravo strategist non è un costo, ma una leva per la crescita. Si ripaga da solo, ottimizzando i budget ed evitando sprechi, e soprattutto generando un flusso costante di contatti pronti all’acquisto che impattano direttamente sul fatturato.
Quali indicatori di performance (KPI) controlla?
Mettiamo subito da parte le metriche di vanità, come i “like” o il numero di follower. Uno strategist che si rispetti parla la lingua del business, e quindi si concentra su dati concreti.
Eccone alcuni fondamentali:
- Costo di Acquisizione Cliente (CAC): in parole povere, quanto ci costa portare a casa un nuovo cliente?
- Lifetime Value (LTV): una volta acquisito, quanto valore genera quel cliente per l’azienda nel corso del tempo?
- Marketing-Qualified Leads (MQL): di tutti i contatti che generiamo, quanti sono davvero interessati e pronti a parlare con un commerciale?
- Ritorno sull’Investimento (ROI): è la domanda regina. Per ogni euro che investiamo nel marketing, quanti ne tornano indietro in fatturato?
Ma non è la stessa cosa di un social media manager?
Assolutamente no, ed è un errore comune. Il social media manager è uno specialista, un professionista verticale che esegue e gestisce la comunicazione su piattaforme specifiche.
Lo strategist, invece, è il direttore d’orchestra. Decide se e perché l’azienda debba essere su quei canali, quale messaggio comunicare e come integrare questa attività con tutto il resto (email marketing, SEO, il sito web). Non è il singolo musicista, ma colui che si assicura che tutta l’orchestra suoni la stessa, magnifica sinfonia.
Il suo lavoro è anche capire dove sta andando il mercato. In Italia, si stima che a fine 2025 ci saranno 41,2 milioni di utenti sui social. Ma non sono tutti uguali. LinkedIn, ad esempio, ha visto una crescita del 13,6%, mentre X (ex Twitter) è crollato del 29,9%. Capire queste dinamiche è fondamentale per decidere dove investire tempo e budget, invece di seguirne l’onda. Se vuoi approfondire, puoi trovare dati molto interessanti nell’analisi completa di Datareportal per l’Italia.
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